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	<title>works-and-places</title>
	<link>http://works-and-places.appartement22.com/</link>
	<description>Site de travail et publication du programme de la Biennale Internationale Arts in Marrakech. Exposition R&#233;alis&#233;e par Abdellah Karroum. Consulter le site AiM pour le programme g&#233;n&#233;ral !</description>
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		<title>works-and-places</title>
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		<title>Bouchra Ouizguen</title>
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		<dc:date>2010-07-14T21:05:40Z</dc:date>
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		<dc:language>fr</dc:language>
		



		<description>N&#233;e en 1980 &#224; Ouarzazate, apr&#232;s des &#233;tudes en France, Bouchra Ouizguen est soliste en danse orientale de 1995 &#224; 2000 au Maroc. Elle participe de 1998 &#224; 2002 &#224; de nombreux stages entre le Maroc et l'Europe avec Bernardo Montet, Mathilde Monnier. Elle cr&#233;e &quot;Anta Ounta&quot; en 2002. Sa derni&#232;re cr&#233;ation &quot;Madame Plaza&quot; sera pr&#233;sent&#233;e au Mus&#233;e de Marrakech dans un dispositif inspir&#233; de la sc&#232;ne de dance (...)

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&lt;a href="http://works-and-places.appartement22.com/spip.php?rubrique2" rel="directory"&gt;Artists&lt;/a&gt;


		</description>


 <content:encoded>&lt;div class='rss_chapo'&gt;&lt;p&gt;N&#233;e en 1980 &#224; Ouarzazate, apr&#232;s des &#233;tudes en France, Bouchra Ouizguen est soliste en danse orientale de 1995 &#224; 2000 au Maroc. Elle participe de 1998 &#224; 2002 &#224; de nombreux stages entre le Maroc et l'Europe avec Bernardo Montet, Mathilde Monnier. Elle cr&#233;e &quot;Anta Ounta&quot; en 2002. Sa derni&#232;re cr&#233;ation &quot;Madame Plaza&quot; sera pr&#233;sent&#233;e au Mus&#233;e de Marrakech dans un dispositif inspir&#233; de la sc&#232;ne de dance fim&#233;e.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
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	</item>
<item xml:lang="it">
		<title>Nontsikelelo Veleko</title>
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		<dc:date>2010-07-14T17:58:59Z</dc:date>
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		<dc:language>it</dc:language>
		<dc:creator>Valentina</dc:creator>



		<description>&lt;p&gt;&#8220;Graffiti&#8221;, progetto in corso d'opera di Nontsikelelo Veleko, prende avvio nel 2001. L'opera investiga la comunicazione visiva come sfogo espressivo della societ&#224;, specialmente quella urbana sud-africana. Veleko &#232; interessata alla generazione con cui lei condivide temi e prospettive, e il modo in cui la citt&#224; nuova si sviluppa successivamente alle elezioni del 1994 in Sud Africa. L'artista documenta messaggi politici e culturali attraverso le pratiche comuni dell'abbigliamento, dell'interpretazione e condivisione dello spazio pubblico. In questo progetto, Veleko considera i graffiti riprodotti come arte e le sue fotografie come una documentazione di un'artista anonimo che opera negli spazi urbani.&lt;/p&gt;

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&lt;a href="http://works-and-places.appartement22.com/spip.php?rubrique2" rel="directory"&gt;Artists&lt;/a&gt;


		</description>


 <content:encoded>&lt;div class='rss_chapo'&gt;&lt;p&gt;Nontsikelelo &#8216;Lolo' Veleko (nato nel 1977, vive e lavora a Johannesburg)
Le vivide e penetranti fotografie di Nontsikelelo Veleko danno un quadro della vita urbana del Sud Africa. Nelle sue precise osservazioni, lei pone degli interrogativi sulle comprensioni comuni della bellezza, storia ed identit&#224; attraverso uno sguardo alla moda. La sua opera &#232; stata compresa in mostre collettive tra cui &quot;Snap Judgments&quot; (New York) e &quot;Reality Check: l'arte della fotografia conotemporanea dal Sud Africa&quot; (Cape Town) oltre che al Neuer Berliner Kunstverein (Berlino).&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
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	</item>
<item xml:lang="it">
		<title>Kathryn Smith</title>
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		<dc:date>2010-07-14T17:33:38Z</dc:date>
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		<dc:language>it</dc:language>
		<dc:creator>Valentina</dc:creator>



		<description>&lt;p&gt;La serie di fotografie in rilievo su cotone &quot;Psychogeographies: The Washing Away of Wrongs&quot;, &#232; accompagnata da un testo narrativo. La Smith mette in scena una ricerca, da un punto di vista sia artistico che giudiziario, sugli ambienti abitati in passato da un serial killer britannico. Nel corso di questa ricerca sulle sue tracce, descrive la paura, e al tempo stesso il desiderio, di avvicinarsi a questa psicologia.&lt;/p&gt;

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		</description>


 <content:encoded>&lt;div class='rss_chapo'&gt;&lt;p&gt;Kathryn Smith (nata nel 1975, vive e lavora a Cape Town)
Kathryn Smith &#232; una professionista la cui pratica si fonda su una ricerca multidisciplinare ed i cui metodi di lavoro sono informati sulla teoria artistica, la prassi e un interesse nell'indagine giudiziaria; in particolare gli aspetti psicologici dell'attivit&#224; criminale, in base a cui connessioni con la sua pratica sono costruite ricreando cos&#236; avvincenti narrative. La sua opera &#232; stata esposta al Museo di Arte Contemporanea di Cape Town, OK Video Festival (Jakarta), e il Reykjavik Art Museum, insieme ad altri. Smith &#232; stata corrispondente per Contemporary e Flash Art oltre che una regolare contributrice per Art South Africa; lei ha pure trasformato il proprio studio a Cape Town in uno spazio per l'arte pubblica chiamato serialworks.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
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	</item>
<item xml:lang="it">
		<title>Pedro G&#243;mez-Ega&#241;a</title>
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		<dc:date>2010-07-14T13:59:14Z</dc:date>
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		<dc:language>it</dc:language>
		<dc:creator>Valentina</dc:creator>



		<description>&lt;p&gt;Con &#8220;Field and Force&#8221; Pedro G&#242;mez-Ega&#241;a amplia il suo intervento di riscoperta di monumenti dimenticati che ha realizzato quest'anno a Citt&#224; del Messico. Qui, G&#243;mez-Ega&#241;a si rivolge allo spazio espositivo, sottolineando il suo decadimento, creando nuove proporzioni e paesaggi all'interno dello stessa stanza. Con il suo trattamento economico delle immagini, l'interesse di G&#242;mez-Ega&#241;a consiste nell'operare su un'immagine ancora esistente piuttosto che fabbricarne una nuova. Il razzo sospeso dell'installazione richiama ai riferimenti alla cultura pop di quest'icona, commentando sulla natura temporale e archetipica delle immagini radicate nell'immaginario collettivo.&lt;/p&gt;

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&lt;a href="http://works-and-places.appartement22.com/spip.php?rubrique2" rel="directory"&gt;Artists&lt;/a&gt;


		</description>


 <content:encoded>&lt;div class='rss_chapo'&gt;&lt;p&gt;Pedro G&#243;mez-Ega&#241;a (nato nel 1976, vive e lavora a Bergen).
Pedro G&#243;mez-Ega&#241;a &#232; un'artista visivo e compositore il quale esperimenta col casuale ed il meccanico attraverso il disegno, il video, la scultura, l'installazione, la performance e il suono. Semplici disegni in bianco e nero raccontano catastrofi della vita quotidiana come il distruggersi (l'accartocciarsi) d'aerei, razzi e automobili. Il suo recente lavoro &#232; parte di &quot;Calligraphies&quot;, progetto su larga scala sovvenzionato dal Programma norvegese di Ricerca artistica, lui ha inoltre esposto i suoi lavori in sedi come la Vermelho Gallery (S&#227;o Paulo), L'appartement 22 (Rabat), e il CC MOCA (Buenos Aires).&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
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	</item>
<item xml:lang="it">
		<title>Batoul S'Himi</title>
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		<dc:date>2010-07-14T13:44:39Z</dc:date>
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		<dc:language>it</dc:language>
		<dc:creator>Valentina</dc:creator>



		<description>&lt;p&gt;Batoul S'Himi riimmagina gli oggetti della vita quotidiana insieme a materiali d'origine naturale inclusi khol e la brace per &quot;World's Pressure&quot;. L'artista ricicla e rimodella questi oggetti in strumenti di resistenza impegnati in questioni socio-politiche. S'Himi adotta un linguaggio diretto che ironicamente si appropria delle strategie comuni alla propaganda ufficiale ed ai media populisti. Con la sua origine d'oggetto tanto familiare per le donne in Marocco, la pentola a pressione, per esempio, viene curiosamente trasformata in una forma aperta.&lt;/p&gt;

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&lt;a href="http://works-and-places.appartement22.com/spip.php?rubrique2" rel="directory"&gt;Artists&lt;/a&gt;


		</description>


 <content:encoded>&lt;div class='rss_chapo'&gt;&lt;p&gt;Batoul S'Himi (nata nel 1974, vive e lavora a Martil)
Batoul S'Himi trasforma comuni oggetti di casa- la parte superiore di una caffettiera, una pentola a pressione- in oggetti di lotta impegnata. Il suo lavoro interroga le convenzioni sociali, in particolare la relazione tra la donna e lo spazio domesticox. Nel 2005 S'Himi ha fondato insieme all'artista Faouzi Laatiris uno spazio indipendente per l'arte: Espace 150 x 295 cm (Martil). Il suo lavoro &#232; stato incluso all'interno di mostre come quelle all'Appartement22 (Rabat), il Museo delle Arti decorative (Parigi), Dak'art Biennale di Arte Contemporanea Africana (Dakar). Il suo lavoro inoltre si trova al FRAC-PACA (Marsiglia) e al FRAC Corse public collections.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
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	</item>
<item xml:lang="it">
		<title>James Webb</title>
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		<dc:date>2010-07-14T13:34:28Z</dc:date>
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		<dc:language>it</dc:language>
		<dc:creator>Valentina</dc:creator>



		<description>&lt;p&gt;&quot;There's no place called home&quot; (Non c'&#232; un luogo chiamato casa), l'intervento in fieri oltre che diffuso in tutto il mondo di James Webb, usa la trasmissione da alberi locali di richiami stranieri per uccelli, esprimendo cos&#236; nozioni di alienazione e xenofobia inerenti alle identit&#224; nazionali. A Marrakesh, Webb colloca i richiami per uccelli negli alberi e presenta la documentazione di altre sei installazioni di questa serie. Il suo interesse nel dislocamento pu&#242; vedersi anche nel suo film &#8220;Le Marche Oriental&#8221; (2008), il quale documenta l'intervento in un edificio del periodo dell'apartheid in Sud Africa una volta utilizzato per controllare il commercio indiano.&lt;/p&gt;

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&lt;a href="http://works-and-places.appartement22.com/spip.php?rubrique2" rel="directory"&gt;Artists&lt;/a&gt;


		</description>


 <content:encoded>&lt;div class='rss_chapo'&gt;&lt;p&gt;James Webb (nato nel 1975, vive e lavora a Cape Town)
James Webb lavora dal 2001 ad installazioni su larga-scala in gallerie e musei oltre che ad interventi improvvisati negli spazi pubblici. Il suo lavoro interroga la natura della credenza nel nostro mondo contemporaneo, spesso usando esotismo, dislocamento ed umorismo per raggiungere i suoi obiettivi. Ha partecipato a mostre tra cui CAPE 09, Biennale della cultura africana contemporanea di Cape Town, seconda edizione (Cape Town), &quot;This Is Now 2&quot; a Johannesburg, all'Appartement 22 (Rabat) e alla nona Biennale di Lione.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
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	</item>
<item xml:lang="it">
		<title> Isaac Julien</title>
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		<dc:date>2010-07-14T13:21:45Z</dc:date>
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		<dc:language>it</dc:language>
		<dc:creator>Valentina</dc:creator>



		<description>&lt;p&gt;&#8220;WESTERN UNION: small boats&#8221; di Isaac Julien &#232; installato su tre schermi nell'incompiuto edificio del Teatro Reale a Marrakesh. Questo lavoro &#232; il terzo di una trilogia d'installazioni audiovisive che tratta di migrazione e globalizzazione. La video installazione crea uno spazio nel quale gli spettatori si confrontano con immagini che esprimono i contrasti all'interno di entrambi gli ambienti naturali e costruiti in una critica delle frontiere come spazi di limitazione imposti dall'uomo.&lt;/p&gt;

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		</description>


 <content:encoded>&lt;div class='rss_chapo'&gt;&lt;p&gt;Isaac Julien (nato nel 1960) &#232; un'artista inglese e filmmaker il cui lavoro incorpora diverse discipline artistiche, muovendo da e commentando il film, la danza, la fotografia, la musica, il teatro, la pittura e scultura, uniti per creare un linguaggio visivo unico e poetico nelle film installazioni audio visive. Il suo film Young Soul Rebels del 1991 ha vinto il premio della critica al Film Festival di Cannes. Julien &#232; stato nominato al Turner Prize nel 2001 per i suoi films The Long Road to Mazatl&#225;n (1999) e Vagabondia (2000). La sua installazione multipla WESTERN UNION: small boats (2007) &#232; stata mostrata al Metro Pictures (New York), la Galer&#237;a Helga de Alvear (Madrid), il Centro per l'arte Contemporanea di Varsavia, esso fa anche parte della collezione del Museo Brandhorst di Munich. Nel 2008 Julien ha collaborato con Tilda Swinton per il film biografico su Derek Barman intitolato semplicemente Derek, il quale &#232; stato mostrato per la prima volta al Sundance Film Festival lo stesso anno.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;p&gt;WESTERN UNION: small boats costituisce l'ultima serie dell'avvincente trilogia delle installazioni audiovisive di films di Julien la quale comprende anche True North (2004) e Fant&#244;me Afrique (2005). I lavori esplorano l'impatto di un luogo &#8211; in termini culturali e fisici &#8211; per amplificare l'effetto attraverso una giustapposizione di opposte regioni globali.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Il nuovo lavoro di Julien, WESTERN UNION: small boats riguarda i viaggi fatti attraverso i mari del Mediterraneo. I viaggi e le storie dei cosiddetti &#8220;clandestini&#8221; che abbandonano la Libia, sfuggendo a guerre e carestie. Essi possono esser visti come immigranti lavoratori, assieme a certi Europei- gli Angeli con le parole di Walter Benjamin- i quali rendono testimonianza delle speranze e dei sogni falliti della modernit&#224;, e che adesso viaggiano attraverso gli spazi oceanici alcuni senza mai arrivare o tornare.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Allargando le tematiche dei viaggi, escursioni e spedizioni, WESTERN UNION: small boats viene prodotto nel momento in cui gli avanzamenti nelle telecomunicazioni globali e le nuove tecnologie vengono continuamente celebrate. Uno dei pi&#249; grandi interrogativi sorti a partire da questo sviluppo consiste nel considerare qual'&#232; il ruolo che gli individui possono svolgere all'interno di questo flusso di informazione. Le domande sulla circolazione di vite umane, i movimenti di corpi ed delle loro storie personali, ricorrono puntuali quando le politiche per l'immigrazione generano controversie su base quotidiana, e le relazioni tra nazioni sono la fonte di molto dibattito.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
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	</item>
<item xml:lang="it">
		<title> Seamus Farrell</title>
		<link>http://works-and-places.appartement22.com/spip.php?article149</link>
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		<dc:date>2010-07-14T01:41:52Z</dc:date>
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		<dc:language>it</dc:language>
		<dc:creator>Valentina</dc:creator>



		<description>&lt;p&gt;&quot;U.N. Circle Gwangju-Marrakech&quot; (2008-2009) &#232; un'elaborazione del lavoro realizzato da Seamus Farrell per &#8220;Spedizione 7 (Patrie relative)&#8221;, mostra facente parte della settima Biennale di Gwangju, 2008. Questo lavoro &#232; stato prodotto a Fes in collaborazione con giovani artisti e lavoratori. Gli sportelli delle automobili formano un cerchio non chiuso che evoca il tavolo del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, e su ogni vetro incisioni in molteplici lingue e scritture circa la dimensione politica dell'acqua ed altre questioni vitali. Il suo lavoro ruota intorno a citazioni, comprese frasi provenienti dalla stampa, come sugli sportelli delle macchine, e dall'architettura e dai media. Installato all'ESAV (Scuola cinematografica con sede a Marrakesh), il secondo lavoro di Farrell in questa mostra &#232; &quot;EarTubes&quot; (Tubi per le orecchie), 2009, un'installazione sonora prodotta dall'Appartement 22, che utilizza la plastica e i radio transistors come risposta alle voci in conflitto che emergono dalle proteste politiche, udite entrambi dai mass-media ed alle porte dei governi e dei summit internazionali su cosa ne &#232; stato del mondo. Entrambi i lavori si occupano di espressioni multipartitiche ed una tensione fisica se la mostra li colloca.&lt;/p&gt;

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&lt;a href="http://works-and-places.appartement22.com/spip.php?rubrique2" rel="directory"&gt;Artists&lt;/a&gt;


		</description>


 <content:encoded>&lt;div class='rss_chapo'&gt;&lt;p&gt;Seamus Farrell (nato nel 1965, vive e lavora a Saint-Ouen e a Cadiz)
Il lavoro di Seamus Farrell fa crollare i confini tra &#8220;artista&#8221; e &#8220;lavoratore&#8221; mentre rivolge al tempo stesso domande sulla globalizzazione, ecologia e educazione sull'arte. Farrell ha avuto mostre personali come al Espace 150 x 295 cm (Martil) e all'Appartement 22 (Rabat), ed ha inoltre partecipato a mostre collettive tra cui la settima Biennale di Gwangju (Corea del Sud) e OPEN/INVITED ev+a (Irlanda).&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
		</content:encoded>


		

	</item>
<item xml:lang="it">
		<title>Youn&#232;s Rahmoun</title>
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		<dc:date>2010-07-14T01:17:47Z</dc:date>
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		<dc:language>it</dc:language>
		<dc:creator>Valentina</dc:creator>



		<description>&lt;p&gt;Per &#8220;Una proposta per l'articolazione di opere e luoghi&#8221;, Youn&#232;s Rahmoun realizza parte del suo ampio progetto, &quot;Ghorfa, Al-&#226;na / Hun&#226;.&quot; L'opera a Palais Bahia pu&#242; essere considerata di documentazione, collegata alla quarta versione del progetto sviluppato sulla terra di famiglia nelle Montagne del Rif. Il progetto in fieri condivide con il pubblico la &#8220;ghorfa&#8221;, una piccola stanza situata sotto le scale nella casa dell'artista a T&#232;touan e l'ispirazione dietro essa. Attraverso l'installazione e i disegni compresi nel progetto, Rahmoun ricostruisce uno spazio di lavoro, meditazione ed espressione.&lt;/p&gt;

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&lt;a href="http://works-and-places.appartement22.com/spip.php?rubrique2" rel="directory"&gt;Artists&lt;/a&gt;


		</description>


 <content:encoded>&lt;div class='rss_chapo'&gt;&lt;p&gt;Youn&#232;s Rahmoun (nato nel 1975 vive e lavora a T&#232;touan)
Il lavoro di Youn&#232;s Rahmoun &#232; basato sulla ripetizione e spiritualit&#224;, con il Buddismo, il naturalismo, la matematica, e la sua vita personale agenti come influenze forti. Dalla sua laurea all'Istituto Nazionale di Belle Arti di T&#232;touan nel 1998, Rahmoun ha indagato diverse tecniche compresi il disegno, l'installazione ed il video. Le sue ultime mostre includono quelle all' Appartement 22 (Rabat) e la Galleria F.J. (Casablanca) oltre che Doual'art (Douala) e la Biennale di Singapore. Nel 2008, Rahmoun ha costruito Ghorfa 4 nelle Montagne del Rif, da allora offre lo spazio ai visitatori, mettendo in discussione i temi della terra e della propriet&#224; privata, e continuando a fondere la sua vita con la sua arte.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
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	</item>
<item xml:lang="es">
		<title> Pedro G&#243;mez-Ega&#241;a</title>
		<link>http://works-and-places.appartement22.com/spip.php?article91</link>
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		<dc:date>2010-07-13T23:47:47Z</dc:date>
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		<dc:language>es</dc:language>
		<dc:creator>Abdellah Karroum</dc:creator>



		<description>Pedro G&#243;mez-Ega&#241;a (1976) Deadline El fin del mundo en tiempo y forma Abril es por lo general, uno de los meses mas soleados y tranquilos en la Ciudad M&#233;xico, sopla bastante viento que ayuda a que la habitual contaminaci&#243;n del aire se disipe, de modo que es posible contemplar las monta&#241;as y volcanes que rodean a la ciudad, adem&#225;s de que no llueve por lo que resulta una &#233;poca perfecta para realizar eventos a la intemperie. Sin embargo, abril de 2009 en se convirti&#243; por varios d&#237;as, en el (...)

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&lt;a href="http://works-and-places.appartement22.com/spip.php?rubrique2" rel="directory"&gt;Artists&lt;/a&gt;


		</description>


 <content:encoded>&lt;div class='rss_chapo'&gt;&lt;p&gt;Pedro G&#243;mez-Ega&#241;a (1976)&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;p&gt;Deadline El fin del mundo en tiempo y forma&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Abril es por lo general, uno de los meses mas soleados y tranquilos en la Ciudad M&#233;xico, sopla bastante viento que ayuda a que la habitual contaminaci&#243;n del aire se disipe, de modo que es posible contemplar las monta&#241;as y volcanes que rodean a la ciudad, adem&#225;s de que no llueve por lo que resulta una &#233;poca perfecta para realizar eventos a la intemperie. Sin embargo, abril de 2009 en se convirti&#243; por varios d&#237;as, en el escenario perfecto para representar el fin del mundo. Tranquilo, iluminado y desolador, uno se imagina que el final ser&#225; distinto, el referente inmediato s&#243;lo lo imagino por el cine, que echando mano de dispositivos como alien&#237;genas o profec&#237;as, ha estructurado en el inconsciente colectivo, sobre todo de occidente, una espacie de antesala del fin del mundo.
En pocos d&#237;as, la amenaza de una epidemia convirti&#243; la ciudad en un desierto, a partir de que el gobierno &#8220;sugiere&#8221; el cierre de escuelas y oficinas para evitar la propagaci&#243;n, la poca gente que circulaba por las calles usaba tapabocas que probablemente obtuvo de la mano de un miembro del ej&#233;rcito que por toda la ciudad cumpl&#237;a con tan peculiar tarea. Desde luego las im&#225;genes fueron dignas de una pel&#237;cula. La megal&#243;polis en pausa, con el ritmo totalmente trastornado y con m&#250;sica de fondo, las medidas higi&#233;nicas recomendadas, recitadas una y otra vez y por todos los medios posibles. Por un par de semanas fuimos el pueblo con las manos m&#225;s limpias.
Tambi&#233;n a lo largo de esas dos semanas M&#233;xico fue se&#241;alado en el mapa como un foco de infecci&#243;n y como la fuente de una nueva enfermedad letal, contagiosa y sin nombre. Resulta natural que el la tranquilidad desaparezca al enfrentarnos a algo de lo cual no sabemos nada, nuestro primer sistema de autoridad sobre el mundo, consiste en poder nombrar a las cosas, y as&#237; fue; cuando las escandalosas especulaciones sobre el origen de la influenza porcina derivaron en medidas para su control, &#233;stas incluyeron la nueva nomenclatura que por alguna raz&#243;n nos tranquiliz&#243; un poco a todos.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Recuerdo una sensaci&#243;n parecida cuando hace algunos a&#241;os, por televisi&#243;n, fui testigo como millones de personas alrededor del mundo del ataque terrorista m&#225;s difundido de la historia. Otro escenario perfecto para el fin del mundo, pero m&#225;s explotado por el cine: la ciudad de Nueva York. Si el mundo se va a acabar ten&#237;a que empezar por ah&#237;, por lo menos la imagen la ten&#237;amos muy clara, nos la han dejado muy clara. En aquel momento pas&#243; por mi cuerpo la sensaci&#243;n extra&#241;a de que en efecto, pod&#237;a estar contemplando lo que podr&#237;a ser el principio fin. Tambi&#233;n en aquella ocasi&#243;n hizo falta identificar la fuente del mal y nombrarlo, para controlarlo de alguna manera.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Campo de Fuerzas de Pedro G&#243;mez-Ega&#241;a se produjo en aquel contexto, emplazados en la Torre de los vientos , escultura funcional del artista Uruguayo Gonzalo Fonseca y parte del proyecto Ruta de la Amistad en el sur de la Ciudad de M&#233;xico. Este espacio es utilizado para realizar intervenciones, que por lo general, son eventos puntuales de un d&#237;a, debido en parte, a que el acceso al lugar es limitado. La escultura se encuentra sobre un terreno triangular a un costado de la v&#237;a r&#225;pida m&#225;s importante de la ciudad. La obra de Pedro formaba parte de una serie de intervenciones programadas a prop&#243;sito del 40 aniversario de la ruta. Fue con ese principio que Pedro comenz&#243; el proceso que llevar&#237;a a la realizaci&#243;n del performence Campo de Fuerzas. Como es com&#250;n hoy en d&#237;a, el proceso previo se llevo acabo a distancia y sin que Pedro conociera el espacio o la ciudad misma. Una de las cosas que m&#225;s me interes&#243; es la forma en la que &#233;l compuso la obra, lo digo en el sentido m&#225;s amplio de la palabra, llevando a la pl&#225;stica, a un terreno escult&#243;rico los elementos y par&#225;metros que utiliza como compositor, cabe mencionar que Pedro compagin&#243; su carrera de m&#250;sico con la de artista visual sobre todo en sus inicios. Considero como artista y como curador que la pieza se compone de todo aquello que la hizo posible, desde la comunicaci&#243;n inicial y pasando por los recorridos hechos a trav&#233;s de la ciudad buscando materiales y teniendo siempre como eje a la torre de los vientos.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Pedro propuso una obra que convirti&#243; a la torre en una diana, impactada en su centro por un cohete que habr&#237;a de desaparecer lentamente en su interior. Curiosamente, la torre vista de planta podr&#237;a formalmente ser aquello que Pedro dispuso en su pieza, se convirti&#243; entonces en el destino de un dardo inofensivo que en aquel momento aparent&#243; tranquilizar a la enorme cuidad enferma de miedo y paranoia.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Es curiosa la serie de asociaciones que se peden hacer en torno a la pieza, estoy convencido que una acci&#243;n viva como Campo de Fuerzas, coma ya he dicho, integra en su estructura a todo aquello que la rodea, tanto en el tiempo real de su ejecuci&#243;n como en su contexto, el cual para mi y seguramente para Pedro tambi&#233;n, fue determinante. No puedo evitar asociar el paisaje que circunda a la torre; un pedregal poblado de vegetaci&#243;n end&#233;mica que crece entre la roca volc&#225;nica, resultado de una serie de erupciones del Xitle , con un hecho significativo ocurrido tambi&#233;n hace 40 a&#241;os: la llegada del hombre a la luna. La torre de los vientos en este contexto me parec&#237;a un observatorio primitivo, en medio de un paisaje lunar, similar a las im&#225;genes, materia del trabajo de muchos artistas como Smithson, Long o Heizer que d&#233;cadas atr&#225;s, propon&#237;an conexiones entre accidentes controlados y monumentos neol&#237;ticos. Los a&#241;os 60 fueron entre otras cosas, una d&#233;cada en la que se reivindican las relaciones del hombre moderno con el primitivo tanto a trav&#233;s de la antropolog&#237;a como del arte. El concepto de &#8220;progreso&#8221; pas&#243; a formar parte de un esquema c&#237;clico representado por muchos creadores que utilizaron el paisaje, ya fuera a partir de modificaciones m&#237;nimas registradas en video y fotograf&#237;as o bien, llevando a cabo grandes proyectos ef&#237;meros que pretend&#237;an equipararse con monumentos prehist&#243;ricos poco analizados y que por lo tanto conservaron hasta ese momento, una carga significativa de misterio, capitalizado por estos artistas como valor agregado de sus propias obras.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Vivimos hoy una etapa distinta del ciclo en la que, nuevamente valoramos los vestigios y su vez documentos de un pasado reciente donde la nostalgia y la ruina se convierten en los nuevos monumentos. El tiempo corre mas deprisa y el af&#225;n revisionista no llega lejos en una l&#237;nea de tiempo, este fin de mundo se conecta con uno anterior inmediato, gran parte de la producci&#243;n de arte actual de alguna manera sigue afectada por el destape de conciencia global sufrido a partir de la ca&#237;da de las Bombas del 45 en Jap&#243;n, convertido hoy en un recuerdo que se vende como en su momento, los fragmentos del muro de Berl&#237;n se volvieron souvenirs. Las piedras hablan hoy un lenguaje distinto, el misterio de los monolitos primitivos est&#225; siendo sustituido por simulacros de desastre, por escombros.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Habiendo recuperado tanto el contexto inmediato como los posibles antecedentes hist&#243;ricos del emplazamiento, me centrar&#233; en lo que fue para m&#237; Campo de Fuerzas y en general el proceso que Pedro inici&#243; en M&#233;xico. El tiempo es sin duda el elemento m&#225;s importante en la obra de Pedro, el tiempo real y lineal; el contexto inmediato de la acci&#243;n y el lugar entablaron un di&#225;logo por dem&#225;s interesante. Durante la etapa de comunicaci&#243;n a distancia, recib&#237; una serie de dibujos que ilustraban de forma muy clara el desarrollo de la acci&#243;n y dejaban ver los elementos involucrados en la misma: Un cohete de papel, un &#225;rbol y un hilo conductor. El juego entre los elementos y sus dimensiones me record&#243; a un cuento para ni&#241;os, &#233;stos est&#225;n siempre estructurados de manera muy clara y esquem&#225;tica, ilustrativa y atractiva, f&#225;cil de recordar. As&#237; fue el planteamiento inicial y as&#237; fue la acci&#243;n.
De alguna manera la idea del viaje que el mismo Pedro realiz&#243;, la forma en la que aquel cohete llegar&#237;a a su destino final, la m&#250;sica de fondo (el V&#237;a Crusis de Liszt tocado al rev&#233;s) y la transformaci&#243;n de estos elementos, afectados en su dimensi&#243;n y por ende en la forma de percibirlos, tambi&#233;n supon&#237;a relacionar lo macro y lo micro, asumir que el mundo es peque&#241;o porque est&#225;bamos ah&#237; reunidos venidos de distintos puntos, porque nuestros planes se hac&#237;an realidad y porque el cohete estaba ah&#237;, a 100 metros de la torre, tumbado sobre el terreno por el cual ser&#237;a arrastrado por un hilo rojo, que para la hora en la que la acci&#243;n se llev&#243; a cabo, ser&#237;a invisible; la desaparici&#243;n tanto del motor que mov&#237;a al cohete (el propio Pedro) y el hilo, le otorg&#243; vida propia para que de forma lenta y angustiante avanzara hacia la torre, su destino final y lugar de transformaci&#243;n.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Campo de Fuerzas, de alguna forma se parec&#237;a al juego que todos jugamos cuando tenemos cerca un globo terr&#225;queo y le hacemos girar, para luego, se&#241;alar con el dedo un punto al azar e imaginarnos un viaje que comienza al recitar en voz alta el nombre del sitio se&#241;alado.
El mismo d&#237;a de la acci&#243;n comenz&#243; el cerco sanitario en la ciudad, muchos eventos p&#250;blicos, incluidos conciertos, cine y otras exposiciones se cancelaron. Fuimos &#8220;valientes&#8221; al continuar a pesar de las recomendaciones para dejar de lado todo y retirarnos. Conforme pasaban las horas, cada vez se escuchaban menos autom&#243;viles que hab&#237;an sido la constante al rededor, el cielo se oscureci&#243; y comenz&#243; a llover y a soplar un viento fuerte, dado el contexto enrarecido todo nos parec&#237;a una se&#241;al para continuar o bien abandonar. Sin embargo, minutos antes de iniciar el &#250;ltimo viaje hacia la torre, la lluvia ces&#243; y el viento dej&#243; de soplar. Con poca gente y poca luz, el cohete arranc&#243; su lento camino seguido por una luminaria y acompa&#241;ado por la m&#250;sica que emanaba desde el interior de la torre. Como movi&#233;ndose apenas, en unos minutos esta flecha de papel desapareci&#243; en la sombra que para ese entonces dibujaba la torre. M&#225;s que agon&#237;a aquello represent&#243; esperanza, todo lo que pasaba alrededor hizo que aquella simple y extravagante acci&#243;n se abriera camino entre el terreno rocoso y el evidente absurdo de la realidad que nos cercaba. Para terminar hubo de que dar fe de la desaparici&#243;n de la nave, de su regreso o despegue al interior de un espacio blanco e iluminado por dentro, que segu&#237;a inundado por la m&#250;sica y por la imagen de un &#225;rbol enmara&#241;ado en miniatura al que un hilo rojo atado de una rama conectaba con una r&#233;plica m&#237;nima de la nave suspendida en un rinc&#243;n, al que apuntaba soportado firmemente por la acci&#243;n de un campo de fuerzas magn&#233;ticas.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Pareciera que un proceso que aparentemente estuvo tan ligado a su contexto no se podr&#237;a duplicar, una de las caracter&#237;sticas de las acciones de Pedro, ser&#237;a tal vez esta negaci&#243;n a repetirse, sin embargo, el juego reiniciado, aquel del globo terr&#225;queo dando vueltas, nos ubica ahora en un nuevo proceso en un lugar diferente pero con un principio similar a Campo de Fuerzas, el se&#241;alamiento, la tensi&#243;n f&#237;sica de los elementos y simb&#243;lica de los soportes se pueden reconstruir. El principio nostalgia y ruina es un motor que se recarga al reubicarlo, vuelve y genera cosas con las reglas simples de quien se planta frente a un muro cualquiera en una ciudad nueva y se pregunta sobre su historia. La obra se debe a su constante interrogante y un artista que viaja, vive de sus dudas y del camino que recorre para plantear soluciones. Las preguntas que expone una obra semejante, brindan esperanza, porque al final, la reflexi&#243;n, implica reconocerse uno mismo en el otro. Como personas y como artistas, la producci&#243;n de un arte que le pertenece a su tiempo y su espacio inmediatos y trabajar de esta forma nos vuelve cronistas de un mundo que olvida f&#225;cilmente.
Los que fuimos testigos de Campo de Fuerzas pudimos intuir por unos minutos que el fin del mundo podr&#237;a suponer simple y sencillamente un nuevo principio.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Luis A. Orozco
Ciudad de M&#233;xico, octubre de 2009.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
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